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L’inaugurazione della casa

Con molta gioia e profonda soddisfazione le Piccole Suore Missionarie delle Carità di Don Orione e l’ Associazione "L'abbraccio di Don Orione", terminati i lavori di ristrutturazione ed adeguamento, il 22 giugno 2008 hanno formalmente inaugurato la casa di accoglienza per i neonati.

 

 

A Quezzi, alla presenza di un centinaio di soci ed amici, della Madre Provinciale Suor Caterina Adelfio e del Padre Provinciale Don Giampiero Congiu, Don Flavio Peloso Padre Generale della Congregazione Figli della Divina Provvidenza, ha benedetto la struttura pronta ad abbracciare i piccoli ospiti.

 

Si respirava un’aria di festa mista a gioia e soddisfazione condivise; non c’erano invitati erano tutti amici e persone che avevano condiviso un progetto  e l’impegno di realizzarlo.

L’associazione "L'abbraccio di Don Orione" si costituisce formalmente nel novembre 2006. Come prima realizzazione si impegna a ristrutturare e mettere a norma una casa, bella ed elegante, capace di accogliere neonati in attesa di adozione o di reinserimento nel proprio nucleo famigliare.

 

Viene scelto il nome de “L’abbraccio” per indicare una azione a trecentosessanta gradi, che accolga e possa abbracciare ogni debolezza, precarietà e difficoltà nell’unico scopo di tutelare il benessere del neonato. Una frase di Don Orione viene scelta come sintesi mirabile del progetto: “La carità non può contenersi e nelle vie del bene non dice mai basta, e diventa diffusiva e si allarga ad abbracciare i prossimi, e si solleva e solleva a Dio.”

 

A Genova la casa di Quezzi, sorta nel cuore delle Opere di Don Orione e pienamente in linea con il pensiero ed i progetti di carità del Santo fondatore, si apre per abbracciare ogni forma di bisogno e di necessità ed offrire nell’anonimato e nella riservatezza un aiuto concreto e fattivo. Le Piccole Suore Missionarie della Carità entusiasticamente si proiettano in una grande avventura rispondendo con slancio e senza riserve alle sollecitazioni ed alle richieste di aiuto. 

La scelta di dedicare tanta energia per questo problema è stata dettata non solo dalla valutazione delle necessità attuali (centri nascita degli Ospedali di San Martino, Duchessa di Galliera, Internazionale Evangelico, Giannina Gaslini, Villa Scassi Sampierdarena e Genova Voltri) ma ancor più dalla consapevolezza che tali esigenze potessero aumentare sensibilmente in un prossimo futuro specie a fronte di una immigrazione importante ed a sempre più gravi ed allarmanti situazioni di povertà economica e spirituale.

 

Immaginare una casa capace di accogliere neonati in attesa di adozione o di reinserimento nel proprio nucleo famigliare rappresenta nel contempo anche una risposta forte e propositiva all’abbandono ed alle scelte di soppressione sia prenatali che post natali.

 

Con tali premesse, a chi chiede un sorriso, cioè un aiuto e un affetto, non viene chiesto “se abbia una fede o se abbia un nome, ma se abbia un dolore!” (Don Orione) e pertanto la casa e l’associazione stessa sono aperte all’accoglienza ed al sostegno di persone in necessità senza pregiudiziali religiose, razziali o culturali.

 

Circa 300 soci costituiscono la forza della Associazione ed il lavoro di tanti volontari e di gruppi di professionisti (neonatologi, psicologi, farmacisti etc) consente la realizzazione di un progetto ambizioso. Elemento innovativo consiste nel modello di collaborazione e di volontariato che si esprime nell’aggregazione di professionisti che si sono integrati per sviluppare, ciascuno con le proprie capacità e competenze professionali valorizzate al massimo, un progetto autonomo operativo in seno all’associazione. Esempio in tal senso è dato dal gruppo degli psicologi.

 

L’Ordine degli Psicologi ha infatti elaborato un progetto voto da un lato alla selezione ed alla formazione dei volontari e dall’altro alla formulazione di progetti personalizzati per ogni piccolo ospite.

 

Il gruppo dei farmacisti si è costituito invece per programmare una fornitura costante di materiale igienico- sanitario e di latte. Si tratta, di volta in volta, di una vera e propria presa in carico di ogni ospite da parte di alcune farmacie che si sentono pertanto coinvolte e responsabilizzate singolarmente.

Le farmacie che aderiscono al progetto de l’abbraccio costituiscono poi una rete di ascolto e di indirizzo per le mamme svolgendo in tal modo un ruolo essenziale nella diffusione della proposta di accoglienza di Quezzi.

Altre associazioni e gruppi laicali collaborano e si fanno parte attiva nel promuovere interventi e progetti. Tra queste doveroso citare i Volontari del Paverano e del Piccolo Cottolengo di Don Orione, L’Associazione delle ex Allieve delle Figlie di Maria Ausiliatrice (con il progetto “Una vita un dono” stanno seguendo dall’inizio la nostra avventura), l’Associazione ARCA (sorta a nel reparto di Neonatologia di San Martino per integrare l’assistenza ai neonati con più gravi difficoltà), il gruppo Giovani Imprenditori Liguri ed il Rotary Club Genova Est con l’attiva sezione dell’Innerwill.

Sostegni materiali e sostanziosi aiuti ci sono poi pervenuti dall’ IKEA che ha provveduto a fornire tutti gli arredi della struttura e la Medical System che ha provveduto all’acquisto delle prime culle. Difficile citare tutti coloro che hanno collaborato con materiali e forniture alla realizzazione del progetto che, occorre ricordare, ha visto l’ inizio dei lavori nel luglio 2007 ( meno di in anno fa).

 

Il progetto globalmente si presenta con caratteristiche di assoluta novità ed originalità tanto da renderlo unico sul territorio nazionale. Si tratta di una soluzione semplice e nel contempo innovativa per garantire una condizione di assoluta normalità a neonati in situazioni precarie o di attesa.

 

 

Con la costruzione di una casa a misura di bambino, si è voluto uscire dalla vecchia concezione che improntava le strutture di accoglienza per entrare in una visione nuova di “centro residenziale di avviamento alla vita”. Proprio collegato a questo concetto c’è la concezione della struttura che deve essere bella ed elegante, immaginata per piccoli numeri (otto neonati con turnazione media di tre mesi ciascuno), a misura di neonato con la stessa logica che ha spinto ognuno di noi a cambiare l’organizzazione della propria casa in funzione dell’arrivo di un nuovo membro della famiglia.

Locali a dimensione di neonato con un programma di gestione e di accudimento personalizzato e specifico sotto il profilo psicofisico per sottolineare l’unicità e la esclusività del rapporto diretto con ogni ospite. 

Questa la breve storia di una associazione e di un progetto maturato in sinergia con le Piccole Suore Missionarie della Carità ma più profondamente occorre interrogarsi del perchè di tale progetto. Ci sono due modi di vedere l’iniziativa intraprese da un gruppo di medici che decidono di fondare un’associazione.

           

Il primo è un modo semplice e diretto proprio di coloro che guardano ad un problema che è sotto gli occhi di tutti ma che nessuno vede o sembra non vedere. Le ragioni di questa “trasparenza” del problema sono tante ma principalmente sono quattro.

 

Si ritiene che il neonato abbia solo necessità materiali, legate alla sua fisicità ed alla fragilità della sua condizione. Si ignorano importanti studi di psicologia e di neuro-fisiopatologia ormai consolidati e si ignora tutto il fantastico progetto di sviluppo che iniziato in utero, senza una linea netta di demarcazione, continua nella vita post natale sino all’adolescenza. Fondamentalmente sta alla base di questo modo di pensare la convinzione che la vita endouterina sia preparatoria alla vita extrauterina e che tale preparazione consista unicamente nel perfezionare e nello sviluppare organi ed apparati per renderli pronti a funzionare dopo la nascita. E’ allora logico che l’immediato periodo postnatale venga visto come la preparazione e la prova al vero funzionamento dell’individuo e che per tanto in questa fase vengano ritenute importanti in primo luogo le funzioni fisiche e di vita vegetativa.

 

La seconda ragione si basa sulla convinzione, peraltro errata, che la sofferenza greve ed il patire per poco tempo, in modo transitorio, possa incidere solo sull’immediato. Il neonato non ha memoria e quindi non può ricordare sia le cose belle sia, ed a maggior ragione, quelle brutte e fastidiose.

 

La terza si basa sulla fiducia che le istituzioni funzionino e che ci siano soluzioni adeguate, previste, codificare e programmabili per ogni situazione, La convinzione che le istituzioni, e conseguentemente le strutture preposte, funzionino determina un senso di fiducia e nel contempo una deresponsabilizzazione quasi totale. Il disinteresse per un problema viene trasformato in una certezza di risoluzione che di fatto lo annulla annullando nel contempo il senso di disagio conscio o inconscio che provoca il problema stesso.

 

La quarta ed ultima ragione consiste in una mancanza di educazione e di cultura specifica sull’argomento. Responsabile di questa carenza è in primo luogo la scuola ed in secondo luogo, ma con peso sempre maggiore, i mezzi di comunicazione.Se vengono analizzate le motivazioni del disinteresse, della “trasparenza” del problema agli occhi dei mass media e più in generale dei mezzi di informazione diretti, dobbiamo constatare che ciò è dovuto ai piccoli numeri, alla non sensazionalità dell’evento dal fatto che i danni che subisce il neonato a livello neuro-psichico, sono danni a lungo termine che non sono collegati o collegabili immediatamente e direttamente con il problema. Si tratta di sindromi complesse, sfumate ed articolate che si manifestano in età scolare o adolescenziale; si tratta di disturbi del carattere o di più rari deficit aspecifici.

          

Questa riflessione sulla mancanza di una cultura specifica porta inevitabilmente al secondo approccio al problema generale; si tratta di un approccio meno immediato, più complesso ed articolato che riguarda la cultura della vita e la cultura della procreazione.

Procreare infatti non è limitato al solo evento biologico che determina la nascita di un nuovo individuo; procreare vuol dire preparare la venuta della prole sul piano fisico, psicologico e progettuale. Procreare vuol dire seguire l’evento nascita e nel contempo significa indissolubilmente farsi carico della cura della prole, del neonato.

Oggi si assiste ad un fenomeno preoccupante che può essere sintetizzato come”disattenzione alla preparazione”, la mancanza di cura e di preparazione prima della procreazione ed in altre parole la mancata progettualità.

Molti potrebbero obiettare che in vece c’è molta cura nell’attesa ma purtroppo ciò è vero solo sotto un profilo formale, esteriore e di immagine, non lo è nella sostanza.

 

Per la donna la progettualità di famiglia inizia molto precocemente e si matura e deve maturare, con scelte di vita consone, con stili di vita adeguati ( non fumo, non alcool). Ancor più deve prevedere una determinazione costruttiva per uno stile di vita che non può essere che improntato e costruito sulla maternità. Quanto più la maternità avviene tardi, programmata in una carriera che non lascia spazio, corre il rischio di essere vissuta in modo passionale, con tanto trasporto ma nella sostanza come un altro impegno da incastrare nell’”oganizer” che ha pochi spazi vuoti.

Dopo la nascita la famiglia deve assumersi una responsabilità alla procreazione differente da quella assunta prima dell’evento nascita. In questa fase si colloca più decisamente anche la figura paterna, della paternità consapevole, propositiva e presente. Poiché l’uomo non è mai, per definizione, un singolo individuo, non è neppure mai solo una coppia ma, antropologicamente parlando, è sempre parte di un gruppo. Il gruppo, al venir meno di uno o di entrambi i genitori, assume infatti funzioni vicarianti. Tale sostituzione deve integrarsi compiutamente non come un vento tappa buchi o palliativo ma pienamente in quella progettualità alla procreazione di cui si parlava poc’anzi. La progettualià alla procreazione, nella fase post natale, non è più appannaggio della coppia, nè tanto meno del singolo, ma del gruppo. La pratica della sussidiarietà, della solidarietà, dell’intervento sociale e finanche della carità possono trasformarsi in interventi di semplicistica operatività.  

E’ relativamente facile risolvere un problema ma è molto più difficile interporsi come vicariante di funzione complessa in un articolato meccanismo di sviluppo e di crescita.  Ecco allora la necessità di studiare ed approfondire questi problemi e di creare una cultura della vita. Un tempo si diceva che un’opera umanamente buona può essere compiuta per solidarietà umana, in uno spirito laico. L’uomo aiuta e provvede al benessere dei suoi simili e quanto più è evoluta una società tanto più questo stimolo è forte e determinante. La stessa azione è vissuta dal cristiano come carità non fine a se stessa ma per amor di Dio ed è l’amore di Dio che guida le mani e la mente a compiere gli atti necessari.

Più recentemente questi due aspetti, quello puramente antropologico ed umano e quello caritativo, sono stati superati dal concetto di giustizia: Per tale ragione le opere di carità, di sussidiarietà o di atea fratellanza sono state trasformate in opere di giustizia umana e sociale. E’ la civiltà e l’organizzazione civile che impongono per senso di giustizia di compiere determinate azioni o risolvere determinati problemi.

Oggi avvertiamo forte la necessità che questi interventi siano innanzitutto opere di cultura, di cultura della vita in senso lato ed aperto ad ogni intervento e di cultura specifica, cristiana in senso stretto, sulla vita. Opere dunque di eccellenza quelle di aiuto ai neonati ma soprattutto opere guidate dalla cultura della vita. Le esigenze dei neonati, conosciute e studiate, assumono il sapore della sfida, divenuta problema urente, non “trasparente” che balza agli occhi ed alla coscienza di tutti.Il pianto del neonato si trasforma allora in grido ed è per questo motivo che si sente la necessità di ...abbracciarlo.                                                                                                                                                                 

                                                                                   Ezio Fulcheri

 
 

 

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