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Lettera da una collega...

Caro Ezio,

ieri ho fatto un salto in neonatologia (Cfr. Ospedale Maggiore di Bologna). La nostra neonatologia è molto attiva, sempre affollata e spesso con casi difficili e bimbi molto critici e/o molto precoci. Mi hanno profondamente colpito la dolcezza, la disponibilità (la professionalità è scontata) del personale che si cura di loro e dall'altra l'inevitabile condizione di persone in solitudine dei bimbi.

Vedevo nelle culle quelle mani a volte piccolissime cercare intorno altre mani, altra umana pelle e trovare solo tubi, pareti e garze. Poi spesso quelle mani finivano aperte sul proprio viso, sulla propria fronte, in quel gesto di disperazione comune a tutti gli umani. Non si può fare diversamente perché  lì devono stare fino a che riescono ad uscire dalla condizione di criticità e se ne possono tornare a casa in braccio a mamma.

Ma come tu sai nelle nostre neonatologie di tutto il Paese ci sono anche quelli che non se li porta a casa nessuno, che rimangono in un limbo di solitudine per del tempo. Senza i progressi scientifici e tecnologici che ci sono stati non ci sarebbero speranze di sopravvivenza per molti di loro.

Ma finito lo stato di necessità, per loro ogni giorno in più consegnati alla solitudine è un macigno sulle nostre coscienze. Ti ho pensato molto ieri, ho pensato all'abbraccio di don Orione, alle suorine, a tutti quelli che con il lavoro della formichina, tenacemente, quotidianamente si uniscono nello sforzo di rubare giorni alla solitudine dei nostri simili, anche di uno solo.

Non smettete mai di fare questa fatica anche per uno solo di loro, non potete, nessuno di noi può, anche se ci si può a volte sentire un po’ stanchi.

 

Angela Salerno

 
 

 

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