Home Approfondimenti La nascita: fragilità e potenzialità. La psicologia del neonato

La nascita: fragilità e potenzialità. La psicologia del neonato Fino a trentanni fa circa il neonato era considerato, fino al terzo mese, un bambolotto che doveva sì recepire, in qualche modo, qualsiasi cosa gli fosse diretta, ma non c'era evidenza di ciò... anzi, ciò che si studiava allora suonava così “il neonato è separato da un'alta soglia di protezione dagli stimoli che provengono dall'esterno... ciò che percepisce viene dall'interno... le propriocezioni .... gli stimoli interni di benessere o malessereDott.ssa Lucia SpadaLyceum Club di Genova 26 maggio 2008

 

Quando una madre, convinta che il suo piccino rispondesse al sorriso, alla voce, alla carezza... premetteva un pudico “come se lui capisse...”, si sentiva correggere... no, il suo sorriso è segno che sta bene! Non certo che interagisce... Oggi sappiamo che non è così.

Già a 10-12 giorni dalla nascita il neonato interagisce e imita i movimenti delle labbra della madre, abbozza con la sua, la mimica facciale dell'adulto, aggrotta le sopracciglia, fissa lo sguardo, tende i muscoli del viso, cerca gli occhi della madre...e registra ogni cosa.

Anche questa è una scoperta non da poco. La memoria preverbale implica che ogni esperienza lascia un segno indelebile che costituisce traccia per organizzare le esperienze successive. A ragione oggi si dice che il neonato è “un comunicatore nato”, nel senso più proprio del termine: l'individuo nasce con capacità innate di comunicatività e ricerca fin da subito l'interlocutore. Conosce il suo odore, la pelle, il calore, il battito cardiaco... è in grado di riconoscere la madre fra mille...con lei instaura fin da subito un dialogo speciale, fatto di impercettibili segni che costituiscono un codice privilegiato, che si arricchisce via via con il passare dei giorni, fino a comprendersi come soggetto attivo, nel momento in cui riesce a far sì che la madre risponda alle sue richieste. 

Secondo le ipotesi più recenti nel campo neurobiologico, la stessa maturazione del sistema nervoso appare dipendente dalle prime esperienze relazionali del bambino. Il sistema nervoso verrebbe infatti influenzato, nel suo primo sviluppo, dagli stimoli che provengono dal caregiver, con specifici passaggi.

 Le stimolazioni sensoriali di tipo tattile, visivo e auditivo che caratterizzano le interazioni e il gioco faccia a faccia tra madre e bambino avrebbero un effetto determinante sulla crescita neurale e delle connessioni sinaptiche, nonché su quella dell'amigdala e dell'ippotalamo.

Al contempo, la condivisione di argomenti e l'attenzione condivisa che contraddistingue il rapporto madre-bambino (intersoggettività secondaria --> gioco) nel secondo semestre, sembrano agevolare il processo di integrazione tra le aree corticali orbitofrontali e quelle limbiche caratteristico di tale periodo.

Lo stesso cervello materno sarebbe soggetto inoltre, nell'ultimo trimestre di gravidanza e nel postpartum, a un significativo arricchimento dendritico. Alcune ricerche sugli effetti di traumi precoci costituiti da esperienze di gravi carenze o inadeguatezza delle cure e di abusi confermano questi dati, evidenziando come il sistema nervoso del bambino possa essere influenzato direttamente nella sua crescita da queste condizioni.

Tali esperienze, centrate sulla inaccessibilità emotiva del caregiver e sul prevalere di emozioni negative, a volte estreme, all'interno della coppia bambino-caregiver, possono produrre, a causa dei processi neuroendocrini attivati dallo stress, danni a specifiche aree cerebrali, provocando nel bambino alterazioni durature nelle modalità di processare le emozioni e di codificare a livello di memoria esplicita gli eventi traumatici.

A partire da queste considerazioni, si può ipotizzare che lo sviluppo cerebrale infantile sia strettamente dipendente, per alcuni aspetti, dalle prime esperienze sociali che il bambino vive.  In tale ambito il caregiver si delinea quindi, come un regolatore psicobiologico della crescita del sistema nervoso del bambino, oltre che delle sue esperienze socioemozionali. 

Il bambino, fino dalle prime fasi del suo sviluppo, sarebbe guidato dalla ricerca di emozioni positive. La condivisione degli affetti positivi è resa possibile dal ruolo di scaffolding  emotivo* svolto dalla madre verso ogni attività del bambino e getta le basi per la formazione di fonti interne di fiducia, nonché per l'organizzazione del sé infantile. Nelle situazioni di difficoltà relazionale tra il bambino e i suoi partner si assisterebbe invece a un incremento dell'espressione e della condivisione di emozioni negative, con un impatto disorganizzante sulla nascente personalità. 

Gli studi più recenti evidenziano come il bambino, nel corso del primo anno di vita, si formi delle schematizzazioni prototipiche delle sue interazioni con i genitori, marcate da specifici temi affettivi. Tali schemi emozionali permetterebbero di codificare precocemente la relazione di sé con l'altro in modo preverbale. Il nucleo affettivo del sé così formatosi funge da guida alle successive esperienze relazionali, garantendo il senso di continuità della sua esistenza.  * per scaffolding si intende la funzione svolta dall'adulto tesa a “incorniciarne” l'attività, fornendogli situazioni di gioco e di esplorazione costanti e iterate e permettendogli di sperimentare in modo condiviso la progressiva costruzione di significati, cognitivi e affettivi, circa l'ambiente animato e inanimato che egli sta operando. 

Dalle teorie dell'attaccamento sappiamo che tutti i bambini, in condizioni normali di accudimento, si attaccano entro i primi otto mesi di vita. Il processo, che terminerà verso la fine del secondo anno di età, ha inizio fin dai primi giorni di vita, con la fase detta della intersoggettività primaria che crea intimità e vicinanza emotiva ed è precondizione indispensabile per l'attaccamento che invece, mira a ottenere protezione e vicinanza fisica, avendo portato il bambino a stabilire un'associazione tra la figura di attaccamento ed il conforto e l'alleviamento dallo stress.

 Di norma, verso gli otto mesi, con i tentativi di guadagnare una certa indipendenza di locomozione e con la comparsa della diffidenza verso tutto ciò che è estraneo, il bambino inizia a protestare alla separazione dalla figura di attaccamento e ad utilizzare quest'ultima come base sicura per l'esplorazione. L'angoscia da separazione è da considerarsi l'indicatore per eccellenza che il legame di attaccamento si è stabilito. 

Sebbene la presenza di attaccamenti multipli sia normale, le figure di accudimento non vengono trattate allo stesso modo. Bowlby utilizza il termine monotropia per indicare la tendenza a privilegiare una figura di attaccamento particolare tra le tante verso le quali si sono stabiliti dei legami di attaccamento, tendenza funzionale dal punto di vista evolutivo, a garantire la sopravvivenza del piccolo.

È normale che nel corso dello sviluppo si verifichino dei cambiamenti nella composizione e nella struttura della gerarchia degli attaccamenti, che vedrà la perdita di alcune persone e l'acquisizione di altre.

Veniamo a noi, a questo splendido e ambizioso progetto. La fascia d'età dei piccoli ospiti sarà compresa nel primo semestre di vita, ci auguriamo che sia fra 0 e 4/5 mesi, il tempo necessario per le decisioni del Tribunale. Siamo quindi nel periodo della intersoggettività primaria, conditio sine qua non per rendere il bambino capace di attaccamenti futuri, il tempo necessario per l'alfabetizzazione delle emozioni.

Solo se saremo stati in grado di insegnargli l'abc, attraverso interazioni ricche e vivaci, attraverso la responsività attenta e puntuale dell'adulto, egli potrà apprendere tutte le lingue e intessere relazioni d'attaccamento sicure, diversamente rimarrà muto nel cuore e fondamentalmente solo.  

Lucia Spada Psicologa - psicoterapeuta

 
 

 

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