Home Approfondimenti Le prime fasi dello sviluppo del bambino

Il primo anno di vita del bambino, è un anno ricchissimo di avvenimenti, durante il quale egli cresce e si trasforma in una misura che non ha confronti in nessuno degli anni successivi  e, durante il quale, si pongono le fondamenta di tutto il suo sviluppo futuro. di Francesca Chimirri

Per questo, la psicologia, avendo in realtà  come punto di partenza  lo studio del mondo animale, con autori come Harlow, che studiò il comportamento delle scimmie Rhesus, o Lorenz ed i suoi ben noti esperimenti sull’imprinting, si è dedicata allo studio della metapsicologia e del comportamento del neonato. Alcuni  psichiatri, mutuando dall’etologia  la constatazione che “l’assenza o la carenza di cure producono uno sviluppo anomalo”, attribuiscono alle malattie mentali, una patogenesi ecologica (cioè legata ai fattori ambientali).   

LA PSICOLOGIA GENETICA

Prima di presentare il punto di vista di queste scuole, è necessario esaminare  brevemente i concetti di “scala” e di “stadio”, termini spesso utilizzati negli  studi sullo sviluppo del bambino. Lo sviluppo, può essere misurato con scale simili a quelle di Simon e Binet per l’intelligenza; quelle più conosciute sono quelle di Bulher e Gesell, sistematizzate per mesi di età, che forniscono la misura del grado di sviluppo raggiunto o, al contrario, il ritardo nello sviluppo stesso.

Il concetto di stadio di sviluppo è stato invece introdotto, per cercare di definire dei livelli funzionali: lo stadio non obbedisce solo ad un ordine cronologico, ma ad una successione di funzioni progressivamente acquisite. In questo caso, lo sviluppo psichico è visto in termini di costruzione progressiva. che si attua per mezzo dell’interazione dell’individuo con il suo ambiente.

Questa teoria della “genesi dello psichismo” si oppone alla concezione dello sviluppo come realizzazione di funzioni predeterminate. E’ evidente che, un’interazione individuo/ambiente inadeguata,  produce un danno della sfera cognitiva. J.PIAGET, padre della psicologia evolutiva, ha studiato soprattutto lo sviluppo cognitivo ed ha accordato enorme importanza all’adattamento, in funzione dei cambiamenti dell’ambiente esterno.

Egli fa riferimento a stadi differenti di sviluppo, in ognuno dei quali, prevale una competenza: il primo periodo, quello che egli chiama dell’intelligenza senso-motoria, si estende dalla nascita ai primi 24 mesi. In questa fase, dopo il periodo delle reazioni riflesse, appaiono i primi schemi d’azione, nei quali sensazioni, percezioni e movimenti bel bambino si organizzano in schemi: così, se un azione porta soddisfazione, viene ripetuta (reazione circolare); questo costituisce il primo abbozzo di struttura cognitiva elementare, sulla quale si costruiranno, in seguito, le categorie fondamentali di tutta la conoscenza: categorie d’oggetto, di spazio, di tempo e della causalità. Perciò, una carente esposizione agli stimoli in questa prima fase della vita, comprometterà lo sviluppo cognitivo del bambino.

H: WALLON invece, valorizza gli stadi, secondo lo sviluppo emozionale e della socializzazione ed ha quindi insistito, sul ruolo dell’affettività nelle primissime fasi di sviluppo. L’emozione è per Wallon, l’intermediario genetico tra il livello fisiologico o “stadio impulsivo puro”, nel quale esistono solo le risposte riflesse, ed il livello psicologico, che permette all’individuo di adattarsi progressivamente al mondo esterno, soprattutto il “mondo umano”, dal quale il neonato riceve tutto, il sollievo dal disagio fisico e la soddisfazione dei bisogni primari.

Il secondo stadio o “stadio emozionale”, viene definito come il periodo della simbiosi affettiva, che segue quello della simbiosi fetale. Durante questa fase, si stabiliscono le prime relazioni ed il bambino  ha l’assoluta necessità di essere oggetto di manifestazioni affettive: secondo la teoria di Wallon, il neonato non si limita a trarre emozioni dall’ambiente circostante, ma tende a condividerle col partner adulto.

Questo vale per le emozioni positive, così come per quelle negative. Se il bambino sarà privato della possibilità di sperimentare questi legami in maniera adeguata, svilupperà un danno della sfera emozionale e della dimensione  relazionale, a volte irreversibile. 

 

GLI APPORTI DELLA PSICANALISI ALLA CONOSCENZA DEL PRIMO SVILUPPO INFANTILE:

La maggior parte di questi studiosi considera il bambino alla nascita, come un organismo psicologicamente indifferenziato, ma accorda ai primi mesi di vita, grande importanza per lo sviluppo della personalità futura.

O.Rank, sostiene per esempio, che il passaggio dalla vita amniotica alla vita aerobica, producendo una modificazione biologica e fisiologica enorme, causi al bambino un’angoscia così grande, da poter essere considerata la matrice di qualunque altra angoscia della vita adulta (trauma della nascita o trauma di Rank).

Le diverse correnti di pensiero della psicoanalisi infantile, pur nelle loro peculiarità, hanno contribuito, nel loro complesso,  a confermare il valore delle organizzazioni precoci ed a mettere in luce l’importanza dell’angoscia e della relazione d’oggetto, nei primissimi momenti della vita: questi studi mettono in rilievo, non solo l’importanza dei bisogni nutritivi in quanto tali, ma in quanto occasione di interazione neonato-ambiente.

Le necessità del bambino vanno oltre il soddisfacimento dei bisogni così detti primari, e riguardano quell’insieme di cure affettive, definite maternage.Tra coloro che hanno studiato direttamente il lattante ed hanno sviluppato una teoria della strutturazione mentale precoce, citiamo Anna Freud, che può essere considerata la pioniera della psicanalisi infantile e che, nel 1965, scrisse  “Il normale ed il patologico nel bambino”. Il merito dell’opera è quello di partire dall’osservazione dello svolgimento normale dei processi di sviluppo e di portare l’attenzione sulle prime fantasie inconsce, che condizioneranno fino alla vita adulta, la strutturazione della personalità.

Figura di spicco tra i seguaci della Freud,  R.Spitz, reso famoso soprattutto dai suoi studi sui danni da ospitalizzazione. Centrale nella teoria di questo Autore, l’oggetto libidico e, attraverso di esso, l’organizzazione dell’Io e la genesi dell’angoscia. Anche Spitz ha descritto le fasi dello sviluppo: durante lo “stadio pre-oggettuale” (alla nascita), nel bambino si osservano  fenomeni di scarica pulsionale legati al dispiacere, mentre l’aspetto opposto consiste nello stato di quiete. Già a 3 mesi (stadio dell’oggetto precursore), il neonato reagisce, per mezzo del sorriso, al viso dell’adulto e piange quando perde il contatto visivo. Questo periodo segna l’inizio rudimentale dell’Io, rappresenta la transizione dalla passività all’attività diretta e forma le basi delle relazioni sociali future. Una carenza delle figure di riferimento durante questa fase, inciderà  in maniera anche irreversibile, sulla capacità del bambino di far fronte all’ansia e alle frustrazioni.

Nei suoi studi sui bambini ospedalizzati, quindi in situazioni di deprivazione di stimoli, Spitz afferma, e dimostra, la presenza di ritardi di sviluppo nella totalità dei soggetti osservati e di un aumento del tasso di mortalità, addirittura il 37% in 4 anni su 91 bambini osservati.

Dalle ricerche di questo Autore, hanno preso l’avvio molti studi, che hanno avuto come oggetto le relazioni patogene  e le loro conseguenze sulla salute mentale dell’individuo. Ainsworth e Skeels, hanno condotto studi standardizzati  su lattanti e su bambini più grandi, durante ricoveri ospedalieri protratti nel tempo. Il dato più significativo e forse  più inaspettato, riguarda il fatto che il danno psicologico è risultato essere molto più grave nella popolazione dei lattanti.

Melanine Klein ha stabilito una nuova tappa nella concezione psicanalitica dello sviluppo infantile, sostenendo che l’Io non nasce col bambino, ma si forma gradualmente attraverso ripetizioni delle esperienze, grazie a meccanismi precoci di introiezione (dall’ambiente) e proiezione (sull’ambiente). La Klein  non parla di stadi, ma di posizioni, cioè di raggruppamenti di angosce e di difese che, iniziando assai precocemente, appaiono e riappaiono durante l’infanzia, così come durante la vita adulta.

Nel corso dello sviluppo si possono descrivere un certo numero di posizioni “fisiologiche”, in particolare quella schizo-paranoica e quella depressiva. La prima si riferisce ai primissimi mesi di vita e viene così denominata perché il bambino non ha  rapporti con le persone in quanto tali, ma solo  con oggetti parziali. Quando il bambino sarà in grado di percepire l’intero e quindi di perderlo, passerà alla posizione così detta depressiva.  La Klein pensa che anche il bambino molto piccolo abbia fantasie inconsce, profondamente angoscianti.

Una posizione particolare nel panorama della psicanalisi infantile, è occupato da D.W. Winnicott.  Egli sostiene che, nella primissima infanzia, al bambino capitano cose buone e cose cattive, che sono completamente al di fuori della sua portata. Così, è proprio in questo periodo della vita, che si costituisce la capacità di radunare i fattori esterni nella sfera di onnipotenza del bambino. Le cura materne, sostenendo l’Io, permettono al bambino di crescere e di svilupparsi, malgrado la sua incapacità di gestire gli eventi esterni.

Secondo Winnicott infatti, il lattante e le cure di cui è oggetto, formano un tutt’uno. Il bambino comincia ad “esistere” in modo diverso, a seconda che queste cure siano adeguate o meno. Il “potenziale” del bambino infatti, non può trasformarsi nella “realtà” del bambino, se non si associa ad un ambiente esterno favorevole, che preveda cure adeguate. Secondo Winnicott, le cure soddisfacenti iniziano con uno stadio di “contenimento” detto holding, con il quale  si designa non solo il sostegno fisico del bambino, ma anche tutto ciò che l’ambiente gli fornisce prima del concetto di  “vita comune”, il quale prevede  la partecipazione consapevole alle relazioni oggettuali e l’emersione del bambino dallo stato di fusione con la figura materna (sia essa la madre naturale o un suo sostituto). Questa fase è importantissima perché, alla base della capacità di diventare un individuo autonomo, sta il ricordo delle cure ricevute, immagazzinato dal bambino. Se queste cura saranno state adeguate, il bambino, crescendo, aumenterà la propria fiducia nei confronti dell’ambiente che lo circonda, diversamente svilupperà una personalità dipendente o addirittura, patologica.

Un posto a se, nel panorama degli studi sulla psicologia infantile, merita la “Teoria dell’attaccamento di Bowlby” (1958), che ha come oggetto, le diverse tipologie del rapporto madre-bambino. Secondo Bowlby,  esisterebbe nell’individuo una tendenza innata a ricercare la vicinanza protettiva di una figura di riferimento, in peculiari situazioni (pericolo, paura, sofferenza etc.), tendenza questa esplicativa di un bisogno primario fondamentale sul piano evolutivo, in quanto implicato nella sopravvivenza e nell’adattamento ambientale.

Ciò che è molto importante, è che il tipo di “attachment”, influenza considerevolmente l’organizzazione precoce della personalità e, in particolare, il concetto che il bambino avrà di sé e degli altri.

Un altro Autore, che va segnalato per la profondità della sua riflessione teorica è Kohut, fondatore della “Psicologia del Sé” tra gli anni ’70 ed ’80. Egli parte dal presupposto che, durante la primissima infanzia, le energie del bambino siano interamente dedicate alla soddisfazione dei bisogni personali ed alla ricerca del benessere. Con il tempo imparerà anche ad elaborare le delusioni. A livello intrapsichico quindi, la formazione del Sé, cioè del nucleo della personalità, passa attraverso l’interazione costante ed obbligata con gli oggetti del mondo esterno e con la loro rappresentazione mentale. E’ infatti la vita affettiva a dare coscienza al Sé. Qualora, nel corso dello sviluppo individuale, si registrassero carenze o deprivazioni, potrebbero innescarsi evoluzioni di tipo patologico.

Ancora più recente, il  “modello bio-psico-sociale” di Paris, importante soprattutto perché si configura come il risultato di un approccio inter-disciplinare e multi-disciplinare. Egli afferma che lo sviluppo della personalità sana, così come l’esacerbarsi del patologico dipendono da un insieme di fattori ereditari, psicologici e sociali. Tra i fattori psicologici, gli stili di accadimento e di comunicazione col neonato, occupano un posto centrale. 

A conclusione di questo breve excursus sulle teorie, sugli autori e sugli studi riguardanti la psicologia delle primissime fasi della vita umana, senza alcuna pretesa di essere stati esaustivi, si riporta una celebre frase dello psicanalista Lagache, che sintetizza un po’ ciò in cui crediamo:

"Prima di esistere per se stesso, il bambino esiste per e attraverso gl altri”.             

                                                 

  Dott.   Francesca Chimirri 

 
 

 

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